DOCUMENTO N.5

Descrizione della famosa "Cena Greca" del 1789

(VIGÉE LE BRUN, 1835-37, pp.51-53)

Una sera avevo invitato dodici o quindici persone a venire a sentire una lettura del poeta Le Brun e mio fratello mi lesse durante il mio riposo alcune pagine del Viaggio di Anacharsis. Quando giunse poi al punto in cui, descrivendo una cena greca, si spiega come si facciano molte salse, mi disse: "Bisognerebbe fare assaggiare tutto questo stasera". Feci subito venire su la mia cuoca, la istruii bene; e decidemmo che avremmo fatto una certa salsa per la gallina e un’altra per l’anguilla. Poiché aspettavo delle graziosissime donne, immaginai di vestirci tutte alla greca, per fare una sorpresa a Vaudreuil e a Boutin che sapevo dover arrivare solo alle dieci. Il mio atelier, pieno di tutto quello che mi serviva a drappeggiare i miei modelli, mi avrebbe fornito abbastanza vestiti e il conte di Parois (…) aveva una splendida collezione di vasi etruschi. (…) mi portò un gran numero di coppe, di vasi, tra i quali potei scegliere. Pulii io stessa tutti quegli oggetti e li posi su una tavola di mogano, apparecchiata senza tovaglia. Fatto questo, misi dietro alle sedie un immenso paravento che ebbi l’avvertenza di nascondere coprendolo di una stoffa appesa a intervalli regolari, come se ne vede nei quadri di Poussin. Una lampada sospesa gettava una forte luce sulla tavola; finalmente tutto fu pronto, perfino i miei costumi, quando la figlia di Joseph Vernet (…) arrivò per prima. Subito la pettino, la vesto. Poi venne Madame de Bonneuil (…); Madame Vigée, mia cognata (…) ed eccole tutte e tre trasformate in vere ateniesi. Le Brun-Pindaro entra: gli togliamo la cipria, disfiamo ai lati i suoi ricci e gli aggiusto in testa una corona d’alloro (…). Il conte di Parois aveva proprio un gran mantello color porpora, che mi servi ad avvolgere il mio poeta, trasformandolo in un batter d’occhio da Pindaro in Anacreonte. Giunse poi il marchese di Cubieres. Mentre qualcuno va a prendere a casa sua una chitarra che aveva fatto montare a lira dorata, lo vesto in costume; come pure Riviere (fratello di mia cognata), Ginguené e Chaudet, il famoso scultore. Si faceva tardi: avevo poco tempo per pensare a me; ma dato che portavo sempre vestiti bianchi a forma di tunica, come quelli che ora chiamano blouses, mi bastò mettermi un velo e una corona di fiori in testa. Curai molto il costume di mia figlia, bambina deliziosa, e quello di Mademoiselle de Bonneuil, oggi Madame Regnault d’Angély, che era bella come un angelo. Entrambe erano splendide a vedersi, portavano un leggerissimo vaso antico, e si preparavano a versare da bere. Alle nove e mezzo i preparativi erano terminati e, quando tutti fummo a posto, l’effetto di quella tavola era così nuovo, cosi pittoresco che ci alzammo uno alla volta per andare a guardare coloro che restavano seduti. Alle dieci sentimmo entrare la vettura del conte di Vaudreuil e di Boutin, e quando questi due signori arrivarono davanti alla porta della sala da pranzo, di cui avevo fatto spalancare i due battenti, ci trovarono mentre cantavamo il coro di Gluck: ll dio di Pafo e di Onida, che Cubieres accompagnava con la sua lira. In vita mia non ho mai visto due visi più attoniti, più stupefatti di quelli di Vaudreuil e del suo compagno. Erano sorpresi e incantati, al punto da restare in piedi per lunghissimo tempo, prima di decidersi a prendere i posti che avevo loro riservati. Oltre le due portate di cui le ho già parlato, avevamo a cena un dolce fatto con miele e uvetta di Corinto e due portate di legumi. (…) bevemmo una bottiglia di vecchio vino di Cipro che mi avevano regalato. Ecco tutti i nostri eccessi. Restammo però a lungo a tavola, dove Le Brun ci recitò molte odi di Anacreonte che aveva tradotte, e non credo di aver mai trascorso una serata più divertente.